L’exit strategy di W. per evitare la sindrome Prodi: nuove primarie o autoesilio europeo
Sia l’Unità sia Europa mettono in prima pagina la parola “congresso”. Arturo Parisi – l’unico che aveva appoggiato subito la proposta di nuove primarie, avanzata dal segretario già all’indomani della sconfitta elettorale – esulta vedendo che “l’idea di un congresso che affronti finalmente il tema della leadership del Pd unitamente a quello della linea comincia a imporsi come una necessità”.

Roma. Sia l’Unità sia Europa mettono in prima pagina la parola “congresso”. Arturo Parisi – l’unico che aveva appoggiato subito la proposta di nuove primarie, avanzata dal segretario già all’indomani della sconfitta elettorale – esulta vedendo che “l’idea di un congresso che affronti finalmente il tema della leadership del Pd unitamente a quello della linea comincia a imporsi come una necessità”. Da giorni tutti i principali quotidiani riportano le dichiarazioni dei dirigenti più vicini al segretario, da Goffredo Bettini a Giorgio Tonini, che propongono, prevedono o minacciano il congresso. Ed ecco che Walter Veltroni, ancora una volta, scarta. Il congresso, dichiara dalla riunione del Pse a Napoli, sarebbe necessario solo “se fosse messa in discussione l’idea di fondo del Pd e si volesse tornare a Ds, Dl e a 14 mila componenti”. A quanto pare, dunque, il congresso si farà alla data prevista, nel 2009. Dopo le europee.
Secondo molti dei suoi più stretti consiglieri, però, si tratta della soluzione peggiore per il segretario. E non solo per via del sondaggio ricevuto la settimana scorsa dalla Swg e ormai ampiamente filtrato sui giornali, che dà al Pd un drammatico 27 per cento. Disinnescata la minaccia di nuove primarie che rilegittimino Veltroni e gli consentano di emarginare i capicorrente ostili, consolidando l’asse con quelli non ostili – l’asse delle tre F: Fioroni, Franceschini, Fassino – il segretario, di qui al voto, non avrebbe più strumenti per arginare “la mastellizzazione” del Pd. La maledizione dell’Unione: ogni giorno una nuova grana, nuove polemiche interne, con il conseguente appannamento non solo della leadership veltroniana, ma di tutto il Pd. Che alle europee, pertanto, rischierebbe di finire ben sotto la soglia del 30 per cento. E un congresso all’indomani di un simile risultato, evidentemente, non potrebbe essere altro che un processo a Veltroni. Per questo – dicono al loft – D’Alema sin dall’inizio ha premuto per tenere le assise alla scadenza prevista. E questo spiega probabilmente perché, in un’intervista pubblicata ieri sul Corriere della Sera, Tonini se la sia presa proprio con Massimo D’Alema. “Non esiste in tutta Europa – ha detto – un esempio in cui da un’associazione culturale si parte per fondare una corrente”. Di qui, infine, il vero significato di una discussione altrimenti incomprensibile come quella sui pericoli di scissione, fosse anche la mini-scissione dei teodem. In piena campagna elettorale, anche una scissione subatomica – debitamente enfatizzata dai partiti concorrenti – potrebbe significare un punto percentuale in meno, in un momento in cui il Pd non ne avrebbe certo da scialare.
Resta da capire perché Veltroni non abbia seguito i consigli di Bettini e abbia fermato, per la seconda volta, la corsa verso nuove primarie. Può darsi che lo abbia fatto semplicemente per la ferma contrarietà dei popolari, cardine della nuova “maggioranza” interna. Può darsi che l’editoriale di Europa (“Forse è meglio fare il congresso”), la posizione di Paolo Gentiloni e la scarsa o nessuna resistenza venuta dai dalemiani lo abbiano insospettito. “Che si chiami congresso o conferenza programmatica, quel che importa è un confronto serio e partecipato sul destino del partito”, dice, per esempio, Barbara Pollastrini. Può anche darsi, naturalmente, che Veltroni non abbia affatto scartato l’ipotesi del congresso e per ora preferisca limitarsi a tenere la pistola, carica, sul tavolo. Ma circola anche l’ipotesi che Veltroni accetti l’idea di un congresso del Pd all’indomani delle europee perché convinto che allora – come già nel 2001 – non sarà più lui a risponderne. Magari perché già a Strasburgo. Gli scontri intestini di questi giorni assomiglierebbero dunque alle violente tensioni lungo i confini che spesso precedono le trattative di pace, allo scopo di sedersi al tavolo avendo dalla propria la forza del fatto compiuto.